Il dollaro rimane la valuta rifugio quando scendono le Borse

di Carlo Valuta Commenta

Questa la riflessione che ha mosso la nostra mente, dopo aver assistito alla discesa delle borse di ieri, cui è corrisposta una salita consistente (se paragonata ai livelli di volatilità di questi tempi) ed ordinata dello yen, salita mancata sul dollaro americano, che nel passato ha ricoperto un ruolo importante da valuta rifugio.

Quando gli investitori non riescono infatti a concentrare la propria attenzione sul medio periodo (fattore caratterizzante anche i mercati di oggi) tendono a mantenere in portafoglio i cosiddetti beni o valute rifugio quando le borse vengono liquidate, beni o valute che debbono essere molto liquidi in modo tale da venderli per acquistare rischio nel momento in cui i mercati sembrano ripartire. Un ruolo ricoperto con costanza dal dollaro per un paio d’anni ma abbandonato circa un anno e mezzo fa.

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Abbandonato ma non totalmente. A volte infatti, assistiamo ancora alla creazione di queste dinamiche, seppur della durata di poche ore e per questo difficilmente utilizzabili dal punto di vista operativo, ma da qui a fine luglio abbiamo esplicitato nei giorni scorsi il nostro pensiero. Crediamo infatti che il dollaro andrà a ricoprire il duplice ruolo  di valuta di finanziamento o di rifugio a seconda di assistere a borse che rispettivamente salgono e scendono, spiegano dal desk di Ig oltre ad andare a muoversi in senso “macroeconomico” del termine, scendendo dunque di fronte a dati cattivi o a borse in liquidazione e viceversa. Questo a causa del fatto che siamo di fronte ad un momento decisivo dal punto di vista delle decisioni di politica monetaria Usa, che stanno facendo valutare con più importanza la bontà delle pubblicazioni provenienti dalle sponde americane (sappiamo che è richiesta un’analisi qualitativa dell’economia generale prima di decidere come modificare il tiro del FOMC) oltre al fatto che lo yen (a differenza del franco svizzero) si sta mantenendo in laterale a livello giornaliero e questo fa sì che abbia spazio di rivalutazione senza che la banca centrale intervenga per indebolirlo.

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