La crisi di GameStop: i motivi dietro la chiusura di tanti store

Appare ormai evidente l’attuale crisi di GameStop. Il settore del retail fisico videoludico sta attraversando una trasformazione epocale, e al centro di questa tempesta si trova GameStop. Il colosso texano, un tempo simbolo indiscusso del collezionismo e del mercato dell’usato, sta vivendo un ridimensionamento senza precedenti che sembra preludere a una ritirata strategica verso i soli confini statunitensi.

crisi di GameStop
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I dettagli sulla crisi di GameStop

In Italia, il sipario è calato definitivamente alla fine del 2025. Gli asset nazionali sono passati nelle mani di Cidiverte S.p.A., storica realtà lombarda legata a giganti come Take-Two e 2K Games, che ha avviato un processo di rebranding trasformando i negozi superstiti nell’insegna GameLife. Ma se l’Europa appare ormai un capitolo chiuso — con fughe già completate da mercati come Germania, Francia e Irlanda — è proprio nel cuore pulsante degli Stati Uniti che la situazione si sta facendo drammatica.

L’inizio del 2026 è stato segnato da un’ondata di chiusure silenziose. In assenza di bollettini ufficiali da parte dei vertici aziendali, si è attivata una sorta di “mobilitazione dal basso”: ex dipendenti e clienti delusi hanno iniziato a mappare le serrande abbassate attraverso foto sui social e thread su Reddit. Questo censimento spontaneo stima che, solo nei primi mesi dell’anno, circa 470 punti vendita abbiano cessato l’attività. Numeri che si avvicinano paurosamente al record negativo del 2024, confermando un trend di contrazione che la Securities and Exchange Commission (SEC) aveva già ipotizzato nei documenti fiscali.

Le ragioni di questo declino sono strutturali. GameStop combatte contro il “fantasma di Blockbuster”: un modello di business ancorato al supporto fisico in un’era dominata dal digital delivery. Store come Steam, PlayStation Store e Xbox Marketplace hanno reso l’acquisto in negozio un’opzione sempre meno attraente. A ciò si aggiunge la concorrenza spietata di Amazon e il fallimento di tentativi di diversificazione rivelatisi tardivi, come l’investimento nei marketplace NFT, svaniti insieme alla bolla speculativa che li sosteneva.

Oltreoceano, la strategia sembra essere quella della terra bruciata: voci sempre più insistenti indicano una prossima uscita totale anche dall’Oceania, con la chiusura dei brand EB Games in Nuova Zelanda e Australia. Se queste indiscrezioni fossero confermate, GameStop cesserebbe di essere una multinazionale per trasformarsi in una realtà prettamente locale, cercando di salvare il salvabile in un mercato globale che ormai preferisce un clic a una fila in cassa.

Insomma, la crisi di GameStop inizia a farsi sentire anche in Italia, in attesa di capire quali saranno le prossime decisioni aziendali.