Cala il petrolio e la Norvegia ne paga le conseguenze

di Gianni Puglisi Commenta

A febbraio il tasso di disoccupazione norvegese ha toccato il punto massimo da dieci anni.

Si tratta di un Paese ricco, ma se salta un asset va in difficoltà. Come gli altri. Così la Norvegia si sta trovando a pagare amaramente il periodo di bassa dei prezzi del greggio.

Nel contempo, la Bce mette il calo delle quotazioni del petrolio ai primi posti nelle spinte a una ripresa che, soprattutto in Italia, vive di fattori esterni (si pensi al Quantitative easing della stessa Banca centrale europea), nel Paese del Nord europa si leccano le ferite per la stessa ragione.

A febbraio, come confermano i dati, il tasso di disoccupazione norvegese ha toccato il punto massimo da dieci anni. Il 4,1 per cento annunciato dall’istituto di statistica nazionale Ssb supera il 3,9 per cento di gennaio. Restano ovviamente delle cifre da sogno, se paragonate con il 13 per cento appena pubblicato dall’Istat per il Belpaese.

Molto, nell’economia norvegese, è relativo all’andamento del petrolio. Il fondo pensioni del Paese si alimenta con i proventi derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti nel Mare del Nord ed è uno degli investitori più importanti al mondo. I 112mila senza lavoro norvegesi del secondo mese del 2015 (10 mila in più rispetto al febbraio del 2014) sono però per gli analisti un brutto campanello d’allarme: il trend è visto in peggioramento nel prossimo futuro, visto che le compagnie di esplorazione offshore e i gruppi petroliferi continuano a tagliare i costi. Arrivato ben sotto i 50 dollari al barile, dimezzando il prezzo dalla scorsa estate, il petrolio sta in questo periodo trattando di nuovo in recupero ma la strada per rivedere i livelli di pochi mesi fa è ancora lunga.

Kjersti Haugland, economista a Dnb Markets, dice al Dagens Næringsliv che in realtà era sorprendente non vedere ancora il peggioramento sui dati occupazionali, visto l’andamento del settore del petrolio.

 

 

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