Petrolio, l’Arabia stimola il trading

di Carlo Valuta Commenta

Il ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita, Alì al-Naimi, ha manifestato il suo ottimismo relativamente alle quotazioni del greggio.

Pochi giorni fa il Wti americano ha fatto segnare un rialzo portandosi al di sopra dei cinquantotto dollari al barile e il Brent si è attestato a quota 61 dollari.

Ciò si è verificato dopo che il ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita, Alì al-Naimi, ha manifestato il suo ottimismo relativamente alle quotazioni del greggio, affermando che esse sarebbero destinate a crescere, perché il combustibile fossile sarà la principale fonte di energia ancora per i prossimi decenni.

Le parole di al-Naimi hanno stimolato il Brent, spingendolo addirittura del 3,6%, quasi fossero chissà quale rivelazione. In realtà, a ben leggere tra le righe il messaggio del ministro saudita, non è difficile scoprire che egli continua a ribadire la linea politica di Riad con sempre maggiore durezza, sostenendo che anche quando i paesi esterni all’OPEC dovessero decidere di tagliare la loro produzione, l’OPEC non dovrebbe farlo. E certamente, non lo farà il suo Paese.

Nello specifico, il ministro precisa che l’Arabia Saudita non taglierebbe la produzione, nemmeno se lo facesse il resto dell’OPEC. Difficile capire come queste parole abbiano potuto istillare tanto ottimismo tra i traders, tranne che ciò non abbia generato la convinzione che l’ottimismo di Riad sia dovuto alla consapevolezza che il punto più basso del mercato sarebbe già stato sfiorato.

Cosa ne pensano gli esperti?

La scommessa dei sauditi è quella di impedire che gli USA possano affermarsi sul mercato mondiale come un esportatore di petrolio. Spingendo al ribasso le quotazioni, non tagliando la produzione nemmeno in presenza di un eccesso di offerta, Riad è convinta che molte compagnie petrolifere USA siano costrette a tagliare gli investimenti, rinviando di anni il raggiungimento da parte dell’America dell’auto-sufficienza energetica e del surplus delle esportazioni sull’import, previsto per il 2017. Sia il Qatar che l’Arabia Saudita hanno rimarcato la differenza estrema dei costi produttivi tra le varie estrazioni. Il primo ha fatto presente che essi variano dai 5 ai 100 dollari al barile, mentre per lo “shale oil”, il petrolio estratto dalle rocce in America, si va dai 30 ai 90 dollari, in media.

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