I rischi dell’aumento di capitale di BPM

di Verna Vito Commenta

L'aumento di capitale di Banca Popolare di Milano tra rischi ed opportunità.

Nonostante le continue proposte avanzate da Matteo Arpe, giovane e brillante banchiere italiano che ha saputo gestire, ottimamente, due colossi della finanza italiana come Capitalia (che sotto la sua direzione è passata dal valore minimo di 0,8 centesimi di euro a oltre 8 euro per azione) e Mediobanca, la Banca Popolare di Milano continua a rifiutare gli oltre 200 milioni messi  sul piatto.

&#9658 TITOLO BPM IN CALO PER RUMORS RINVIO AUMENTO DI CAPITALE


Peccato, perché, secondo le indiscrezioni, accettare i cash di Arpe sarebbe l’unica soluzione possibile affinché si realizzi il tanto agognato aumento di capitale (atteso a quota 1,2 miliardi di euro).

I bene informati, infatti, sarebbero sicuri che una tale cifra non riuscirebbe ad essere coperta, nei tempi previsti da BankItalia, dai soci rimanendo, dunque, di competenza del consorzio di garanzia presieduto proprio da Mediobanca.

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Certamente, come in ognuna di codeste simili situazioni, il cavaliere bianco desidera venir ripagato della fatica intrapresa.  Ed è proprio questo il tasto dolente sul quale Ponzellini & Co. vorrebbero che non si tornasse di continuo.

Cavalier Arpe, in questo specifico caso, non chiede altro che la governance, in esclusiva, proprio della Banca Popolare di Milano che, con i propri quattrini, vorrebbe contribuire a salvare.

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La decisione ultima, come sempre ma ancor più in questa spinosa situazione, spetta ai sindacati, sinonimo della continuità dell’azionariato di riferimento che, pezzo per pezzo, si sta disgregando a causa della fine dei mandati (a ottobre scade quello di Alessandro dell’Asta e in primavera quello di Massimo Ponzellini).

La scelta, davvero molto ardua, è tra cedere influenza salvando la banca (accettando, quindi, la proposta di Matteo Arpe), oppure continuare, nel solco già tracciato, rischiando il tutto per tutto con l’attuale management.

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