Russia, crescono le difficoltà economiche

di Carlo Valuta Commenta

S&P bassa il rating al Paese. Ennesima tegola sui conti.

Piove sul bagnato per la Russia e per il rublo, a seguito di tutte le tensioni dello scorso anno. Il periodo, molto difficile, non stenta a terminare.

Piove sul bagnato perché è arrivato il downgrade di Standard & Poor’s nei confronti del rublo. Una riduzione che era nell’aria e pare quasi sia fatta apposta per tradurre anche sotto forma di rating il buio in cui sono precipitati i rapporti tra Russia e Nato, e tra Russia e Unione Europea.

L’agenzia americana, come aveva lasciato intendere durante le ultime settimane, ha diminuito da BBB- a BB+ il livello dell’affidabilità del debito sovrano russo.

Non un semplice passo indietro, come quello decretato nei giorni scorsi dalle altre due grandi agenzie di rating, Fitch e Moody’s. S&P’s è la prima delle “big three” a far precipitare la Russia al livello “junk”, spazzatura, il gradino a partire dal quale gli investimenti in un Paese vengono considerati speculazione. Con un outlook negativo: la Russia è il primo tra i Paesi emergenti Brics a perdere lo status di “investment grade”. Una decisione che ha riportato la moneta russa sui minimi del mese scorso, più di 67 rubli contro un dollaro, mentre il costo per assicurare il debito russo dalla possibilità di default è salito di 113 punti base a 589, per diventare il quinto più elevato al mondo. E questo avviene proprio nel momento in cui i Paesi europei e gli Stati Uniti tornano a minacciare un irrigidimento delle sanzioni, a causa del ritorno della guerra in Ucraina. Un terribile circolo vizioso in cui le sanzioni – unite al calo dei prezzi del petrolio – iniziano a incidere sull’economia reale, aggravando l’isolamento del Paese e dando alle agenzie di rating la ragione principale per dubitare della capacità delle finanze pubbliche russe di resistere nel tempo a una situazione in cui le entrate si assottigliano mentre – con impegni per 100 miliardi di dollari in scadenza nel 2015 – banche e imprese di Stato non possono più finanziarsi sui mercati internazionali.

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