Le multinazionali italiane in fuga all’estero. L’impatto sull’economia

di Carlo Valuta Commenta

Le imprese italiane non riescono ad essere produttive sebbene il costo del lavoro sia il più basso d’Europa. Questo emerge da una ricerca condotta da R&S Mediobanca che fa essere poco ottimisti, delineando una situazione addirittura più nera per il futuro che si apre con l’addio di Fiat all’Italia cui farà seguito quello di GTech, l’ex Lottomatica. In sostanza le multinazionale made in Italy sono poche, piccole, non competitive, poco indirizzate all’export, poco solide e meno redditizie delle concorrenti. E in più mandano in fumo ricchezza, poichè non garantiscono i ritorni degli investimenti.

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In confronto allo scorso anno le multinazionali italiane sono già diminuite da 16 a 14 con l’uscita di Danieli e della commissariata Riva-Ilva, ma diventeranno 13 dal 2015 con l’uscita del Lingotto. Una mazzata che avrà l’incidenza sulla grande corporate Italia dal già poco 26,7% al 19,6%. Va tenuto conto che in Germania le multinazionali tedesche valgono il 42,4% come le francesi, in Gran Bretagna si va fino al 57,3%. Per non parlare dell’impatto occupazionale: la media in Italia è di 50mila addetti, in Germania di 130mila; ma dal prossimo anno senza Fiat si scenderà a quota 37mila.

In effetti sono poche le multinazionali che riescono a realizzare alti ricavi a livello globale. Al primo posto rimane l’Eni (114,7 miliardi di fatturato), seguita da Exor (113,7 miliardi, quasi interamente riferiti proprio a Fiat), Enel (77,3 miliardi), Telecom Italia (22,9 miliardi) e Finmeccanica (16 miliardi). Le più piccole sono Barilla (3,5 miliardi) e Menarini (3,2 miliardi). A prova del non saper  fare impresa, c’è il dato sul fatturato: il 55% è di imprese pubbliche.

 

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